In una recente intervista DaSca mi riferisce: “Non ho unghie laccate, né dita affusolate ma mani possenti che plasmano la terra e non indosso abiti griffati ma me ne vado in giro tra la gente vestita solo della mia voglia di conoscere”.

Questa autodefinizione delinea esattamente l’artista che lavora la terracotta, modellandola, tendendola e stendendola con la tecnica Colombino, la stessa cioè che si usava in antico, fin dal neolitico. Oltre alla terracotta DaSca lavora anche il bronzo e con entrambi i materiali è capace di realizzare surreali figure che si aggrovigliano nello spazio. La sua è un’indagine sulle varie possibilità di forma e materia, ma le opere riflettono anche su problematiche universali e personali, scaturendo dal bisogno di dare voce ai propri pensieri, al proprio vissuto, ma anche come pretesto per sollecitare introspezione e riflessione, per esplorare forme nuove di convivenza.

Nel realizzare ceramiche l’artista riesce a dominare l’incognita costituita dagli elementi primordiali che sono alla base della nascita della terracotta, la terra, l’acqua, il fuoco e l’aria che raffredda il manufatto, conferendo alle proprie opere un gusto tattile della materia che abbinato ad una sensibilità cromatica molto spiccata nella selezione di colori, sovrapposizioni, colature, trasparenze e trattamenti informali che, pur nella essenziale eterogeneità dei singoli motivi, fa risultare l’opera indiscutibilmente originale.

L’artista curva la terracotta, la piega su se stessa, la arrotola, la conosce e lavora in modo tale da dare all’osservatore, ad opera ultimata, la percezione di avere di fronte una scultura realizzata con un materiale quasi elastico. La sensazione è quella di sciogliere e togliere delle bende senza che si lacerino, come se fossero realizzate da altro materiale. Ma la possibilità non è solo quella della sostanza, è anche quella delle forme, capaci di trasmettere messaggi archeologici e arcani. C’è infatti qualcosa che fa pensare e ricorda le antiche fasciature dei neonati o quelle per conservare i corpi dei faraoni, sembra che sia possibile poter disfare e aprire la forma per osservarne l’interno, o anche possibile serrarla completamente e farla essere qualcos’altro che evochi cose diverse. Sono cioè opere che esplorano le profonde possibilità della forma e della materia, di essere e creare, rendendole visibili lasciandole aperte. Tra queste La Possibilità, (terracotta patinata, cm 44×47), presentata al FIAR 2010, che rappresenta un’indagine, una riflessione su diversi tipi di possibilità.

Si veda anche la serie denominata Divertissment, si tratta di sculture in ceramica smaltata, perlopiù di dimensioni contenute, dove si allenta il riferimento al sociale. Rientrano in una produzione che nasce dal gusto di sperimentare e giocare con i colori e la materia dove emergono forme complesse e dai colori vivaci, in cui la scultrice sperimenta anche il dripping pollockiano, creando quindi un distacco con l’oggetto scultoreo che sottolinea maggiormente l’aspetto apparentemente ludico del messaggio.

Nell’opera esposta a Palermo nel 2009 Essere avere… piuttosto apparire! emerge l’interesse verso il contemporaneo atteggiamento dell’uomo nel suo modo di porsi verso la vita. DaSca sottolinea come la società sia oggi concentrata nel cercare di mostrare quello che non è, dimenticandosi di vivere e di esistere. Apparire è il contrario di essere; il dualismo dell’uomo contemporaneo sembra essere sostituito da “altro”, dal desiderio prepotente, dal bisogno di apparire, sempre e comunque.

Tutte le sculture sono formalmente molto articolate, determinando con la forza della loro unicità fisica spazi di grande suggestione, sia che abbiano struttura tendenzialmente sferica sia che abbiano uno sviluppo verticale, proponendosi come dei fantastici Totem. In entrambi i casi appare un esplicito riferimento antropomorfo che sembra voler comunicare un misterioso affascinante messaggio ermetico e criptico.

Tra le opere a struttura sferica si veda CarpeDiem (terracotta patinata, cm h. 35x37x37) che, prendendo a pretesto la celebre locuzione di Orazio, ha per soggetto la ciclicità dello scorrere del tempo. La tipologia ricorda il cerchio primordiale, prima istintiva manifestazione dell’umana espressività. In questa opera, rispetto alle precedenti dove non era presente alcun elemento figurativo, sono presenti delle foglie come per rafforzare, in modo didascalico, la fugacità del dato estetico: foglie vere, gialle o marroni, sono sistemate in modo casuale non cronologico, a significare la unicità e la centralità di ogni singolo elemento, al di là dal dato temporale esplicitato nella fattispecie dal colore. Non importa a che punto ci si trovi nel cerchio della vita, che tuttavia continua a muoversi indipendentemente dai singoli, ma piuttosto affiora la necessità di cogliere e nobilitare l’attimo fuggente, il Carpe diem appunto, per giustificare la ciclicità di ogni forma vivente ed esaltarne la magnificenza.

Tra le opere a struttura verticale abbiamo Femminam… ancora tanta strada da fare…. Il titolo di questa opera del 2016 è esplicito più che didascalico, chiarisce subito una presa di posizione: nonostante gli anni di battaglie per il raggiungimento di più equi rapporti di genere si è ancora lontanissimi da un’effettiva parità uomo-donna ed il tempo deve occupare un posto predominante nell’attenzione delle persone nel quotidiano. Il tendere verso l’alto della scultura sottende questa costante lotta, il rosso ne mette in risalto la forza vitale e l’energia ma allude soprattutto ai drammatici casi di femminicidio.

Tra i bronzi si veda Maternità (2016, cm 40x30x25), esprime valori intimi, legati alle esperienze personali dell’artista che in questa opera utilizza forme antropomorfe più facilmente riconducibili alla figura umana, che esplicitano inequivocabilmente il senso più profondo della sua ricerca: l’uomo e il suo stare nel mondo.
Famiglia è un’opera in bronzo del 2018 selezionata per la Biennale d’Arte del Tirreno. Riprende l’intimità del suo vissuto; le figure hanno uno sviluppo verticale, forse a suggerire una crescita, un percorso di ricerca di equilibrio nelle complicate relazioni interpersonali delle famiglie di oggi. Anche Untitled è una scultura in bronzo con sviluppo verticale dalle forme antropomorfe e sinuose che richiamano un corpo femminile.

DaSca, all’anagrafe Daniela Scaccia, nasce nel 1965 a Milano ma ben presto si trasferisce con la famiglia a Napoli dove trascorre l’infanzia e svolge studi umanistici. Lavora come illustratrice in alcune agenzie pubblicitarie fino a quando si trasferisce a Roma dove inizia il suo percorso artistico diplomandosi allo IED e all’Accademia San Giacomo approfondendo la sua formazione pittorico-espressiva frequentando vari stage nella capitale.

Inizia l’attività espositiva nel 2000 realizzando un’opera d’arte sacra intitolata Transizione esposta nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma in occasione del Giubileo. Si tratta di un’opera in cemento e gesso, dal duplice significato simbolico. Il primo significato è più che altro una speranza, quella di vedere metaforicamente unite le tre grandi religioni monoteiste: transitare dunque in una nuova era nella quale il concetto di cristianità sia di più grande respiro e abbracci chiunque riconosca nel volto di Gesù quei concetti di amore, rispetto e fratellanza universale che accomunano tutti gli uomini di buona volontà.

L’altro significato è semantico, trattandosi di un omaggio dogmatico di quell’Uno e Trino interpretato riproponendo il volto del Cristo della Pietà di Michelangelo, volto che è insieme Padre, Figlio e Spirito Santo. Nel 2008 DaSca effettua un lungo viaggio in Australia; nel 2009 riprende le attività espositive partecipando al Premio d‘arte Città di New York, viene quindi selezionata ed inserita nell’annuario d’arte Avanguardie Artistiche 2010, distribuito nelle principali librerie e gallerie d’arte. Nel maggio 2010 riceve il Premio della Critica al FIAR (Festival internazionale d’arte di Roma) con le opere in terracotta patinata Le possibilità. A Capri, nel giugno dello stesso anno, vince il “Premio per la scultura Letizia Caeiro” con un significativo Totem denominato A Rosso… ovvero Gioia di Vivere.

Nel novembre 2010, al Maschio Angioino di Napoli, partecipa alla collettiva “L’Arte della Fuga”. Nel gennaio 2011 partecipa all’esposizione Open-Art, importante selezione di artisti internazionali, tenuta ogni anno a Roma negli spazi espositivi della Sala del Bramante. Nel febbraio dello stesso anno partecipa nella capitale alla collettiva organizzata dalla Galleria “Il Collezionista”. Nel giugno del 2011 espone a Capri la prima personale, alla fondazione Caeiro. Nel settembre 2017 altra personale allo spazio “Medina arte” di Roma. Dal 1 al 24 giugno 2018 partecipa alla Biennale Internazionale del Tirreno a Cava de’ Tirreni.

In occasione di RAW – Rome Art Week dell’ottobre 2018, DaSca apre le porte del suo atelier in via Machiavelli, 13 a Roma: un Open Studio che ha permesso di osservare opere finite e in lavorazione. La cura dell’importante evento e l’allestimento, nonché un’indagine sugli aspetti peculiari del suo percorso artistico, sono state della storica dell’arte Annalisa Perriello. Hanno tuttavia scritto di DaSca anche i critici Beppe Palomba, Roberto Luciani, Franco Melotti.

Per Daniela Scaccia fare arte è come un rito sciamanico, una necessità spirituale o filosofica che muove da temi antichi e “fuori moda”: l’opera deve farci interrogare, deve essere introspezione, farci pensare nuovamente a “chi siamo, dove andiamo e cosa vogliamo”.

La ricerca artistica della scultrice milanese nasce dalla volontà di creare un equilibrio tra parti contrastanti: pieni e vuoti che si alternano, si rincorrono, si susseguono tuttavia capaci di convivere. Vi si trova un alternarsi metaforico di superfici sempre teso alla ricerca di un’armonia materica tra liscio e ruvido, chiaro e scuro, che riporta le opere, seppure astratte, ad una dimensione più classica a livello compositivo.

Pur avendo una conoscenza culturale approfondita dei maggiori artisti ceramisti, DaSca non si colloca su l’uno o su l’altro indirizzo formale, ma si proietta verso l’approfondimento dei significati evocativi delle sue opere e dell’esistente rapporto tra il contesto spaziale e la scultura stessa. Nelle sue opere la materia è viva, spesso stirandosi si apre, crea pieni e vuoti, si lacera ma trova sempre lo slancio per espandersi. La materia si aggroviglia e si avvolge, cerca il suo spazio vitale proiettando messaggi antichi e arcani, slanciandosi verso l’alto come a cercare la luce, il cielo, il suo Dio.

Roberto Luciani

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